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Un grazie a tutti in anticipo, un saluto sincero,

Don Angelo Maria Fanucci

Il successo di una vita, davanti a Dio, è legato al tasso di solidarietà che la caratterizza.

Nel messaggio di Gesù la vita è un bene intrinsecamente paradossale; essa si realizza nella misura in cui viene donata agli altri, cresce nella misura in cui uno si dimentica di lustrarla tutti i giorni. Per conoscere la propria identità bisogna guardarsi allo specchio il meno possibile.

Ma che cos’è la solidarietà? È la momentanea confluenza d’interessi di un’aggregazione tutta funzionale ad un fine utilitaristico (una cooperativa edilizia)? Oppure è il brusco gesto emotivo e liberatorio dell’anonimo Paperone che, ricattato da 30 ore consecutive di megatrasmissione televisiva, versa a Telethon un milione di euro, deciso a infischiarsene del prossimo per il futuro, esattamente come ha fatto in passato? È questa la solidarietà? Oppure è quella della lettera di don Milani al giovane comunista Pipetta: Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso.
È questa la solidarietà? È l’aggregazione visceralmente irrazionale (di tifosi, di nostalgici impenitenti, di idealisti irriducibili) che si esprime oggi nelle teste rasate e nel giubbino di pelle e nel tatuaggio inutilmente minaccioso, in maniera specularmente opposta a come ieri si esprimeva nei capelli lunghi e nell’eskimo? “La Roma è una fede”. La Lazio pure.
È questa la solidarietà? È il biglietto di banca di piccolo taglio che il fedele medio allunga la domenica verso il cestino della colletta, automaticamente, senza nemmeno chiedersi se quella piccola… fuoruscita il suo robusto portafogli l’avverte. È questa la solidarietà? Oppure è quella di P. Damiano de Veuster, il contadino fiammingo che Papa Benedetto ha canonizzato: andò a vivere e a morire coi suoi lebbrosi, a Molokai, nelle Hawai, lontano dal mondo che dei lebbrosi parla tanto, ma solo durante la giornata a loro dedicata…
È questa la solidarietà? È quella delle “Partite del cuore”? Undici VIP in mutande in una serata d’inverno sono pur sempre qualcosa…: ma non si potrebbe trovate un nome diverso per applaudirne la performance?
Giovanni Paolo II, su di un piano rigidamente laico, ha definito la SOLIDARIETÀ come la ferma e perseverante determinazione a impegnarsi per il bene di tutti e di ciascuno, perché tutti siamo responsabili di tutti, perché tutti siamo uguali. Poi, su di un piano squisitamente cristiano, ha aggiunto: Perché siamo tutti uguali come immagine di Dio, riscattati dal sangue di Cristo, oggetto dell’azione perenne dello Spirito.

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